L’intervento di Michele Smargiassi al congresso dell’Associazione Nazionale Fotografi di Matrimonio, domenica 2 marzo scorso a Bologna.

Il vostro non è un mestiere di serie B, come teme il titolo di questo dibattito, per due motivi. Primo, le attività umane non sono un campionato e lo scudetto si vince solo misurandosi con se stessi e con le condizioni del proprio lavoro, non con gli altri.Secondo, il vostro lavoro incide su una struttura fondamentale della società degli uomini, una soglia antropologica profondissima, antichissima fra pubblico e privato, fra individuo e società. Non siete solo fornitori di un servizio, ma gestori di un apparato simbolico potente, di cui è molto facile sottovalutare la portata. Avete una grande responsabilità.
Il matrimonio non esiste in natura, è un oggetto sociale, una costruzione artificiale, storica, e come tale ha bisogno, ogni volta che si applica a persone precise, di essere iscritto nella società. La nostra cultura ha elaborato nei secoli una serie molto complessa di procedure per realizzare questa iscrizione, le ha cambiate, sostituite, aggiornate, mai del tutto annullate anche oggi che l’oggetto stesso, il matrimonio, sembra destinato a un declino inarrestabile.

La cerimonia delle nozze è la macchina simbolica di questa iscrizione, e prevede una serie di gesti e di atti molto meno casuali di quel che sembrano. Tutto, dallo scambio di anelli al cibo offerto, dai testimoni al celebrante, dal bacio ai complimenti al riso, congiura per affermare, appunto dal privato al pubblico, l’iscrizione sociale della nuova coppia di sposi, per sancire il loro cambio di status. Ogni passaggio di quel rito lo fa, tanto quanto le firme sul certificato anagrafico.

La fotografia si è inserita tardi, ma in modo possente, fra questi apparati simbolici. Non poteva essere diversamente, perché la fotografia è uno strumento potente di significazione e di simbolizzazione.

E dunque dovreste essere consapevoli, sono certo che in un modo o nell’altro lo siete, che il vostro ruolo in una cerimonia di nozze non è solo quello di bravi artigiani che fabbricano un prodotto ben fatto, un bell’oggetto di qualità che servirà poi agli sposi per ricordare un momento felice. Anche questo, certo, ma solo in quanto anche la rimemorazione, la condivisione assistita dalle immagini della narrazione del matrimonio con il gruppo familiare o di amici, non è altro che un momento differito di quella funzione di iscrizione simbolica, una ripetizione che la perpetua e rafforza la coesione del nucleo familiare.
Nel tempo, il matrimonio è cambiato, i riti che lo iscrivono hanno subito deformazioni ed influenze per il cambiare della società, delle condizioni materiali e culturali attorno. All’inizio, almeno per le coppie non ricche, non era il fotografo che andava al matrimonio, ma gli sposi che passavano nel suo studio per farsi fare il ritratto in posa, ancora in abito da cerimonia (lei in piedi lui seduto, anche qui c’era un rituale di segni e pose significanti), e quella spesso unica immagine del giorno delle nozze veniva poi incorniciata e appesa nello spazio semipubblico del salotto di casa, per dimostrare a tutti che l’atto fondativo della famiglia era valido, che tutto era stato compiuto secondo le regole, che la coppia era regolarmente sposata: proprio come un medico appende il certificato di laurea sopra la scrivania per dimostrare di essere un professionista serio.

Più avanti, le condizioni hanno permesso anche a coppie non ricche di noleggiare il lavoro di un professionista per la documentazione del rito, e allora ecco le foto di gruppo sul sagrato, davanti all’altare, il corteo nuziale, pose spesso rigide, ieratiche, non troppo sorridenti, perché la loro funzione era di dimostrare che non solo la coppia era regolarmente sposata, ma che il rito che rendeva tale la loro nuova condizione era stato celebrato con tutti i crismi, era conforme agli usi e alle tradizioni, che gli sposi avevano saputo fare gli sposi, che il passaggio delle consegne fra gruppi familiari, il delicato incontro fra stirpi e discendenze diverse era stato regolarmente gestito, e la accurata disposizione dei gruppi parentali (gli sposi con la famiglia di lei, poi con quella di lui, gli sposi con i suoceri, gli sposi e zii e cugini in disposizioni accuratamente strutturate…) diventava il sociogramma di quell’incontro, una specie di albero genealogico “preso dal vero”.

Più avanti ancora, entrano in scena di prepotenza i miti della società dei consumi e le suggestioni della società dello spettacolo, rotocalchi, televisione, cinema: nelle fotografie, ora, gli sposi non vogliono più apparire conformi al ruolo tradizionale, non devono più dimostrare di essere diventati sposi come i loro genitori, i modelli sono adesso attori e celebrità, la cerimonia è lo show di cui per un giorno sono nella vita loro i protagonisti, i divi, il centro dell’attenzione di tutti, e l’album deve dimostrare che è stato uno show di successo, applaudito e apprezzato, che tutti si sono divertiti; allora le pose si sciolgono, un tasso di informalità, di euforia e di irriverenza è ammesso, mescolato a momenti romantici e perfino onirici, come il copione sapientemente dosato di un film.

È l’età d’oro del fotografo, che si può prendere molte libertà, diventa padrone e regista della cerimonia, dispone arbitrariamente dei tempi dei luoghi e degli attori, si permette invenzioni e arditezze stilistiche, talvolta anche effetti ed effettacci. In certe zone e culture del paese, è questa anche l’epoca del matrimonio esagerato, scialato, sfrenato, dispendioso e dissipato, del matrimonio onirico e fiabesco, che mostra, o finge, un status sociale e un lusso esibiti senza pudore almeno per un giorno, il genere di matrimonio che ha il suo apice nei set kolossal del maestro napoletano Oreste Pipolo, da poco scomparso.

Questi che viviamo invece, sono anni nuovi. Nella vita quotidiana, la fotografia ha una presenza mai vista prima. Affianca le nostre relazioni, vi aggiunge parole senza parole che comunicano concetti, emozioni, identità in un flusso continuo di significazione privata, relazionale, sociale. Anche nelle occasioni speciali, quando si pensa sia ancora necessario “comprare fotografia” da chi ce l’ha, da chi la sa fare, no rinunciamo a produrre la nostra, quella che abbiamo ormai incorporata, che tutti abbiamo e tutti bene o male, sorretti da amorevoli software, “sappiamo fare”.
E infatti facciamo: le fotografie del matrimonio scattate dagli invitati, dai testimoni, dagli stessi sposi e talvolta perfino dal celebrante invadono i social network prima ancora che la cerimonia sia terminata. Come altri eventi della vita, anche il matrimonio diventa condivisibile online, diventa un social wedding. Bene, rendiamoci conto che è con queste immagini che il matrimonio oggi viene visualmente “inscritto” nel panorama sociale. Quando l’album del fotografo arriverà, spesso molte settimane dopo, troverà il campo già occupato, saturato da quelle immagini già scambiate, consumate e accantonate. Sarà capace di ricavarsi uno spazio, di rivendicare una sua propria, diversa capacità di iscrizione? O a quel punto sarà soltanto un sottoprodotto “artistico”, un dippiù abbastanza superfluo che non ha più una sua necessità, perché ormai ha perso il suo posto fra le funzioni del rito?

Nel secondo caso, io credo che la sua sorte sia segnata. Difficilmente si continuerà a spendere cifre non trascurabili per molte tasche (benché giustificate dal lavoro richiesto) per oggetti visuali magari raffinati, ma non più percepiti come essenziali e i dispensabili. La risposta abituale, generosa e orgogliosa della categoria è: la qualità ci salverà (corollario più aspro: sopravviveranno i migliori). Siamo bravi, i migliori di noi sono bravi, e gli sposi sceglieranno la qualità, non affideranno i loro ricordi alle brutte fotine di Facebook.

Non ne sono del tutto convinto. Se quel che ho cercato di dire è vero, avrete capito che la bellezza delle immagini di matrimonio non è il cuore della loro ragione di esistenza. Ho visto nelle sale di questo vostro congresso alcuni album splendidi, raffinati, lavori intelligenti e originali, ho visto nozze fashion, glamour, nozze reportage, nozze artistiche e perfino concettuali.

Ma non basta, scusate, non basta. Le bolle papali erano bellissime: istoriate, miniate, calligrafate in modo sublime, coi capilettera d’oro, dovevano esserlo, per rispetto alla loro autorevolezza e sacralità. Ma se l’autorevolezza e la sacralità vengono meno, raddoppiarne la bellezza non le ripristinerà. Se le “brutte” foto dei cellulari riusciranno comunque ad appropriarsi della funzione simbolica di iscrizione sociale del matrimonio, avranno comunque vinto. I segni ci sono: ho già raccontato in Fotocrazia l’emergere di piattaforme Internet dedicate, che trasformano un singolo matrimonio in un evento social a cui partecipano come fornitori di contenuti, tutti gli invitati.

Pensare di opporsi a questa tendenza è un’illusione. Pensare, che so, di vietare agli invitati di scattare foto in chiesa o al pranzo sarebbe insensato e autoritario come chiedere loro di non commentare, di restare muti. Le fotografie che gli invitati scattano durante la cerimonia sono come i loro sorrisi, i loro abbracci, il riso gettato sugli sposi: sono una nuova forma del “responsorio” degli astanti al rito. Eppure, a dispetto di tutte le previsioni più catastrofiche, la fotografia di matrimonio non si sta estinguendo. I matrimoni sono statisticamente in tracollo e culturalmente meno di moda che mai (tranne che per le coppie gay: ho visto qui anche album di nozze gay, è un mercato che si apre, direi…).

Ma almeno percentualmente, l’album resiste. Mi dite che sui 190 mila matrimoni celebrati ogni anno in Italia, in circa 150 mila è tuttora presente un fotografo professionista. Anche se del numero fanno parte i matrimoni-spettacolo, i matrimoni spesso replicati o simulati nelle ville toscane o venete dei paperoni di mezzo mondo (e sono 18 mila…), mi pare comunque che la resistenza dell’album sia notevole.
Non solo. I risultati del questionario per novelli sposi che Roberto Tomesani di Tau Visual mi ha appena fatto vedere mi hanno sorpreso: non solo l’album è ancora richiesto, ma è richiesto in forma tradizionale (alla domanda su eventuali servizi aggiuntivi, gli sposi chiedono ingrandimenti di stampe o piccole copie dell’album da distribuire ai parenti, non siti internet dedicati o piattaforme per il social wedding…). Vogliono fotografi seri e discreti, non troppo invadenti né troppo stravaganti. Insomma vogliono il buon vecchio caro album.

A questo punto posso solo pensare che l’album materiale, tattile, permanente, sia ancora percepito come una garanzia per quella funzione di iscrizione sociale del matrimonio di cui ho parlato finora, e che quella offerta dalle immagini condivise sia ancora percepita come una cosa divertente, ma non del tutto conforme allo scopo. Del resto, se le neofoto della condivisione sono l’equivalente delle parole o dei gesti, si sa, verba volant, per iscrivere socialmente un atto importante come il matrimonio servono documenti più sicuri, tradizionali e duraturi.

E quindi è qui che l’album ha ancora le sue frecce all’arco, nella sua capacità di conservare fisicamente, tangibilmente, la registrazione di un evento che esiste solo se è socialmente registrato.

Sarà sempre così? Nulla ce lo garantisce. in molte culture, per esempio quella contadina, i contratti sono garantiti da una stretta di mano meglio che da un bollo notarile. E “ti dò la mia parola” è una promessa di onorabilità… Le cose cambiano.

Bisognerà vedere cosa accadrà quando si sposeranno i ragazzi nati e cresciuti nell’epoca delle immagini smaterializzate, leggere, evanescenti, disseminate… Per loro, auelle foto “brutte” e così apparentemente leggere sono fortissime nel dichuarare al mo do se stessi, i propri legami, le proprie relazioni… Diamoci appuntamento per un verifica, diciamo fra una decina d’anni…

 

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